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Il mondo del lavoro in montagna tra passato, presente e futuro

Uno fra i tanti temi che il Dipartimento per le aree montane della Lega si prefigge di seguire da vicino è quello dell’occupazione e della disoccupazione, settore strategico per meglio comprendere l’evoluzione delle comunità che vivono le Alpi e gli Appennini. L’obiettivo è di assimilare, dalla storia e dai dati più recenti, le questioni legate al mondo del lavoro per proporre delle iniziative condivise e concrete al fine di sostenere lo sviluppo e combattere lo spopolamento dei territori di montagna.

Propongo di seguito un approfondimento sull’andamento del mercato del lavoro nelle montagne italiane; in questo quadro generale sono presenti differenziazioni accentuate che in qualche misura registrano e riproducono le differenze assai marcate che caratterizzano il sistema socio-economico nazionale nel rapporto tra le realtà regionali del Centro-Nord e quelle del Meridione.


TASSO DI OCCUPAZIONE

Il tasso di attività che per l’intero Paese vale in media il 50,8%, registra nella realtà alpina valori significativamente più elevati con il 54,1% mentre per gli Appennini si colloca appena al 47,5%. Nelle Alpi le migliori performances sono quelle che si registrano nelle regioni a statuto speciale di spiccata impronta montana: come nelle Province Autonome di Bolzano e Trento e nella Regione Valle D’Aosta. Valori decisamente alti si riscontrano anche nelle regioni a statuto ordinario dell’arco alpino centrale, Lombardia e Veneto.

Più critica la situazione delle regioni che si collocano agli estremi della catena alpina, il Piemonte ad occidente e il Friuli Venezia Giulia ad oriente, dove i comuni sopra la soglia occupazionale sono minoritari e dove lo scarto tra contesti alpini e sistema regionale è decisamente più accentuato.

Per il territorio della catena appenninica la situazione è assai più differenziata e comunque decisamente più problematica. Le regioni centro settentrionali registrano infatti una presenza significativa di contesti montani con tassi di attività superiori alla media nazionale anche se questi rappresentano la maggioranza dei comuni montani solo in Emilia Romagna (52,6%) e Marche (58,3%) realtà, entrambe, nelle quali lo scarto con la diffusione del fenomeno nell’intera realtà regionale è comunque molto elevata. Per le Regioni dell’Appennino meridionale le realtà montane con tassi di attività relativamente elevati rappresentano una assoluta eccezione, collocandosi per la gran parte di esse al di sotto del 10% del totale, in particolare in Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria (oltre che in Sicilia); rilevante è però il fatto che questa condizione non distingue significativamente i territori appenninici dal resto dei territori delle regioni meridionali, del pari caratterizzate da valori decisamente contenuti della partecipazione della popolazione al mondo del lavoro.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Ancora più marcato è lo scarto che si presenta tra le regioni alpine e quelle appenniniche in termini di tasso di disoccupazione. Il valore medio nazionale del tasso di disoccupazione che è di 11,4% risulta quasi dimezzato nell’arco alpino dove raggiunge il 5,6% e invece si accentua significativamente per l’arco appenninico dove supera il 13,4%.

Nelle regioni alpine dell’arco centrale la stragrande maggioranza dei comuni montani (oltre il 90% del totale) presenta tassi di disoccupazione inferiori alla soglia dell’8%, in linea (e talvolta meglio, è il caso della Lombardia) con quanto accade in ciascuna regione nel complesso del territorio. Situazione lievemente meno favorevole nell’arco occidentale piemontese, dove i comuni sotto soglia sono il 75,3% (e sono comunque più numerosi di quanto non valga per la regione Piemonte nel suo complesso) e in quello orientale friulano dove i comuni con un tasso di disoccupazione più contenuto sono solo il 67,9%.

Nell’Appennino la variabilità dei tassi di disoccupazione è ancora più marcata di quella che si registra per il tasso di attività. L’Appennino emiliano-romagnolo presenta valori analoghi a quelli delle regioni alpine (con il 92,6% dei comuni sotto la soglia dell’8% di tasso di disoccupazione) e come queste ha una situazione paragonabile - anzi leggermente migliore - a quella presente nelle aree montane della regione; valori un poco più contenuti sono presenti in Toscana e Liguria, regioni dove la presenza di comuni con tassi di disoccupazione inferiori alla soglia dell’8% è più diffusa nei contesti montani di quanto non accada per la regione nel suo insieme. Situazioni più critiche nelle altre realtà dell’appennino centrale (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) e decisamente drammatiche nelle regioni dell’Appennino meridionale dove realtà montane con tassi di disoccupazione più contenuti sono praticamente assenti, non diversamente – peraltro – da quanto avviene per le stesse regioni nella loro interezza. Situazione identica per le montagne isolane di Sicilia e Sardegna.


LA PARTECIPAZIONE FEMMINILE

La differenza tra contesto alpino ed appenninico nel funzionamento del mercato del lavoro si approfondisce ulteriormente assumendo una prospettiva di genere. Il tasso di attività della popolazione femminile è in Italia particolarmente contenuto e risulta pari al 41,8% salendo per i territori alpini al 45,6% e scendendo per quelli appenninici al 37,9%.

Una partecipazione della popolazione femminile alle forze di lavoro superiore alla media nazionale è la condizione largamente diffusa nelle aree alpine, riguardando il 74,2% dei comuni e l’89,7% della popolazione. I picchi sono rappresentati dalla Provincia Autonoma di Bolzano (100% dei comuni), dalla Valle d’Aosta (98,6%), dalla Provincia Autonoma di Trento (89,3%) mentre nelle maggiori regioni alpine (Piemonte, Lombardia, Veneto) oltre i 2/3 dei comuni montani si colloca comunque oltre la soglia nazionale.

Riguardo alle condizioni di genere nella partecipazione alle forze di lavoro gli Appennini sono attraversati da una faglia per qualche aspetto ancora più profonda di quelle che separa le regioni dell’Appenino centro settentrionale (dalla Liguria alle Marche) da quelle del mezzogiorno peninsulare. Anche per il primo gruppo, però le differenze tra contesto montano e non montano delle regioni presenta differenziali molto ampi, soprattutto per la Toscana. Nelle regioni del Mezzogiorno (comprese le realtà isolane) la partecipazione femminile è davvero ai minimi termini e si riduce per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia a non raggiungere la (modesta) media nazionale se non in un numero di comuni largamente inferiori ad un decimo del totale dei comuni montani.

Questa bassa partecipazione femminile al Sud è ulteriormente compressa e frustrata da valori del tasso di disoccupazione che per il genere femminile superano largamente i valori globali. A livello nazionale lo scarto è di 2,2 punti percentuali (13,6% per le donne contro 11,4% globale) ma sale a 2,9 punti percentuali per le aree appenniniche (dove sono disoccupate il 16,3% delle forze di lavoro femminili) mentre si riduce a 1,3 punti nel contesto alpino dove il tasso di disoccupazione femminile è del “solo” 6,9%. Il dato forse più appariscente è che, in questa divaricazione geografica che al solito descrive un funzionamento a due velocità del mercato del lavoro in Italia tra le regioni del Nord rispetto a quelle del centro-sud, è che le aree montane non sembrano rappresentare contesti marcatamente più critici di quanto non si registri nell’andamento complessivo di ciascuna regione. Così nelle regioni del Nord oltre il 70% dei comuni montani presenta tassi di disoccupazione femminile inferiori al 10% in misura del tutto analoga a quella con cui il fenomeno si distribuisce nell’intero territorio di ciascuna realtà regionale.

Anche al Centro Sud contesti montani e relativi contesti regionali sono perfettamente allineati nell’individuare come presenze del tutto eccezionali le realtà nelle quali i livelli di disoccupazione delle forze di lavoro femminili non presentano livelli di assoluta drammaticità. Il mercato del lavoro registra dunque un funzionamento dei contesti territoriali che mette assolutamente in primo piano il condizionamento “regionale” leggibile nel rapporto Nord-Sud rispetto a quello “locale” delle realtà di montagna e delle aree interne rispetto alle realtà di pianura e di costa.

L’OCCUPAZIONE PER SETTORI NELL’AREA ALPINA

L’economia alpina, tradizionalmente basata su agricoltura e allevamento, ha vissuto uno sviluppo industriale piuttosto tardivo rispetto ad altre aree europee. Fino alla fine degli anni Settanta, l’industria era il settore principale nelle Alpi, con il più alto tasso di occupati, mentre i dati più recenti disponibili mostrano il prevalere del terziario sul totale dei posti di lavoro nelle Alpi (come in Europa nel complesso). Il settore primario è ancora considerato di particolare importanza, sia dal punto di vista politico che socio-economico, per via del suo rapporto con la conservazione dell’ambiente e il mantenimento dell’equilibrio idrogeologico. Tuttavia, la struttura del settore agricolo è ampiamente cambiata nel corso degli ultimi decenni. L’agricoltura è spesso abbinata ad altre forme di attività economica e sembra dipendere dalle caratteristiche e dalla produttività degli altri settori dell’economia regionale in senso più ampio. Il rapporto tra i posti di lavoro nel settore primario e il numero totale di posti di lavoro è superiore al di fuori delle aree urbane. A livello locale, una percentuale elevata di posti di lavoro nel settore primario è spesso accompagnata da un basso numero di posti di lavoro nel settore secondario.

Per quel che riguarda il settore industriale, il tasso di occupati nelle Alpi sta diminuendo. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo l’industria rappresentava il 36% circa dei posti di lavoro, con alcune variazioni regionali. In alcune aree, soprattutto nelle Alpi occidentali, l’industria presenta una percentuale di occupati superiore alla media nazionale (ad esempio, nei settori manifatturieri i tassi sono rispettivamente del 27,7% e del 20,2%). Nelle Alpi, attualmente, come nelle restanti regioni europee, la maggior parte dei posti di lavoro riguarda i servizi in generale. Lo sviluppo del terziario nelle Alpi è assimilabile dunque a quello nel resto d’Europa. L’importanza del settore terziario varia da una regione all’altra: nei comuni alpini francesi la percentuale di posti di lavoro nei servizi supera il 75%, nell’area alpina italiana il valore si attesta all’incirca al 65%. La presenza di attività del terzo settore nelle Alpi dipende da diversi fattori: per i servizi alle imprese la presenza di attività economiche rappresenta un elemento chiave, mentre per i servizi alla persona è rilevante il numero di abitanti. Per quanto riguarda il settore del turismo, oggi, questo categoria è diventata di primaria importanza tanto da svolge un ruolo fondamentale soprattutto per gli abitanti delle alte valli. Il turismo invernale genera entrate pari a 50 miliardi di Euro ogni anno e una percentuale stimata del 10-12% di tutti i posti di lavoro nelle Alpi. Si può inoltre osservare che la maggior parte delle destinazioni turistiche è caratterizzata da flussi pendolari stagionali e da tassi di occupazione molto variabili con indici di densità occupazionale più alti nelle rispettive aree circostanti.

Questo è il quadro generale occupazionale delle aree montane in Italia, settore che segue da molto vicino lo storico divario regionale Nord-Sud che si accentua, come dimostrato, su Alpi e Appennini. Le criticità di fondo per comprendere appieno questo fenomeno sono da ricercare anche nel tasso di spopolamento delle aree montane, processo avviato nel secolo scorso e che prosegue ancora oggi. Compito del Dipartimento sarà quello di proporre ai vari livelli istituzionali (statali, regionali e locali) iniziative volte a combattere l’abbandono della montagna, quale area fondamentale per la sicurezza idrogeologica del nostro Paese e il mantenimento del tessuto economico locale, composto da tante realtà sia storiche che innovative le quali preservano e sviluppano la cultura, l’identità e l’occupazione di un territorio spesso difficile ma strategico per l’intero sistema nazionale.

Importante sarà anche la ricezione e il corretto utilizzo, da parte degli Enti nazionali e locali, dei fondi europei per lo sviluppo e la coesione di questi territori, sebbene l’Unione europea non riconosca le specificità delle “aree montane”: questa una iniziativa che conduco personalmente presso le istituzioni europee per ottenere la legittimazzione di una realtà, la Montagna, che rivendica il proprio spazio e la propria autonomia.



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